Prato
– I sette cadaveri del rogo di Prato sono ancora un forte ricordo
nella memoria. Questi la tormentano ancora, ma occorre velocemente
sgomberare la mente da ingannevoli costruzioni mediatiche e buonisti
flussi di coscienza per riuscire a dare una migliore lettura alla
realtà.
Sono
a Prato da un mese. Seguo le vicende di questa città (anche per
lavoro) da più di un anno. Mi ritengo, per tali ragioni, un
testimone privilegiato anche perché sono in quotidiano contatto con
giornalisti, istituzioni e studiosi.
Proviamo
a fare delle precisazioni importanti e segnalare errori di politici,
giornalisti o esperti dell'ultim'ora che si arrogano il diritto di
affermare ed imporre costrutti sociali inesistenti.
Prima
bugia: da attribuire a tutti quei giornalisti (spesso non di Prato)
che hanno abusato nei titoli, con orgoglio e vanagloria, della parola
"schiavitù", credendosi attori protagonisti e portatori di
verità.
Seconda
bugia: le parole del Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi in
un'intervista a Repubblica. "La risposta ai problemi del
distretto cinese sarebbe concedere con gradualità la cittadinanza ai
lavoratori stranieri".
Terza
bugia: deficitari sono i controlli a Prato.
Non
si può parlare di schiavitù. Con ordine: i cinesi di Prato rimangono
per pochi anni. Il viaggio di andata verso la Toscana viene pagato
(di norma) metà prima della partenza e metà con il lavoro in
Italia. Nessuno di questi lavoratori ha intenzione di rimanere in
Italia per tutta la vita, il loro soggiorno spesso dura pochi anni.
Tutti sognano di diventare (e molti ci riescono) imprenditori nel
prossimo futuro. La loro ultima intenzione è quella di elevarsi
socialmente ed economicamente all'interno della comunità cinese.
Nessuno
esige dalla città: i cinesi, infatti, non usufruiscono dei servizi e
non hanno intenzione di farlo, non partecipano alla vita cittadina,
non partecipano alle ricorrenze locali.
Sono
perfettamente coscienti di quello che fanno...e lo vogliono fare. Non
hanno nessuna esigenza (né volontà) di integrarsi. Non perché sono
cattivi o diversi ma semplicemente perché a loro non interessa.
Anche se lo volessero, la distanza culturale con l'Occidente è
incolmabile. La lingua è un confine invarcabile, un divisorio alto e
robusto che taglia dicotomicamente le due popolazioni.
È
importante mettersi in testa che i cinesi vengono solo ed
esclusivamente per guadagnare (giustamente). E lo fanno, italiani
compresi, pienamente coscienti di affittare (ergo lucrare) vecchi
capannoni industriali per produrre quella ricchezza a basso costo
"made in Italy" che entra anche nel mercato italiano. In
questo modo occorre aggiungere che buona parte dei soldi che i cinesi
guadagnano ricadono nel territorio (nero soprattutto), altri, invece,
ritornano in patria.
I
cinesi, fino ad oggi, hanno agito per non sottostare alle regole
(troppo macchinose, ingombranti, pesanti) ed avere mercato con
prodotti di bassa qualità, di basso costo ma competitivi.
Qualsiasi
repressione o prevenzione è di difficile attuazione. I controlli non
mancano. Certo, avere qualche ispettore del lavoro (la richiesta del
sindaco Cenni al consiglio comunale straordinario) in più non
guasterebbe ma, come scovare laboratori abusivi (come quello del
rogo) con annesse cucine e dormitori se le aziende cinesi hanno una
vita media di due anni? Come scovarle se non esistono per il fisco?
Come scovare furbetti che costruiscono vie di fuga per scappare in
caso di controlli? La possibilità di esser colti in flagranza di
reato è davvero bassa. I cinesi lo sanno e preferiscono correre il
rischio.
Semplicemente,
come dice il senatore Nesi (pratese doc, scrittore premio strega),
non esistono soluzioni politiche a problemi economici. Il motore di
ogni questione è il danaro.
Anche
la soluzione proposta da Rossi risulta ridicola: ai cinesi non
importa avere diritto politici o civili, interessano i profitti. La
loro mente è proiettata in Cina dove ritorneranno (discorso a volte
diverso per le seconde generazioni)e (soprattutto) non pretendono la
cittadinanza italiana perché non rinuncerebbero mai a quella
cinese. Basta vedere i dati (Ufficio statistica di Prato) degli
stranieri che richiedono di acquisire la cittadinanza italiana: tutti!
Tranne i cinesi.
Conclusioni.
Le vere notizie sono (secondo me):
- La palese volontà del Console cinese di Firenze Wang Xinxia di cambiare, iniziando un nuovo corso all'interno del reticolo delle regole, necessaria ad una produzione conforme alle leggi vigenti (come segnalato da Dario Di Vico).
- Altro segnale positivo è stata la partecipazione dei cinesi (circa 500) alla fiaccolata organizzata dai sindacati. Per la prima volta i cinesi hanno partecipato attivamente ad un'iniziativa proposta da italiani. È la prima volta.
- Ultimo vero messaggio di un principio di cambiamento è la denuncia, effettuata sotto la tutela dell'assessore alle politiche d'integrazione Giorgio Silli, alla Procura della Repubblica per sfruttamento di un clandestino cinese nei confronti del suo sfruttatore cinese.
Anche
questo è accaduto per la prima volta.
Questi
sono i veri segnali...il resto sono menzognere parole.
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