domenica 15 dicembre 2013

I cinesi di Prato...dopo il rogo

Prato – I sette cadaveri del rogo di Prato sono ancora un forte ricordo nella memoria. Questi la tormentano ancora, ma occorre velocemente sgomberare la mente da ingannevoli costruzioni mediatiche e buonisti flussi di coscienza per riuscire a dare una migliore lettura alla realtà.
Sono a Prato da un mese. Seguo le vicende di questa città (anche per lavoro) da più di un anno. Mi ritengo, per tali ragioni, un testimone privilegiato anche perché sono in quotidiano contatto con giornalisti, istituzioni e studiosi.
Proviamo a fare delle precisazioni importanti e segnalare errori di politici, giornalisti o esperti dell'ultim'ora che si arrogano il diritto di affermare ed imporre costrutti sociali inesistenti.

Prima bugia: da attribuire a tutti quei giornalisti (spesso non di Prato) che hanno abusato nei titoli, con orgoglio e vanagloria, della parola "schiavitù", credendosi attori protagonisti e portatori di verità.
Seconda bugia: le parole del Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi in un'intervista a Repubblica. "La risposta ai problemi del distretto cinese sarebbe concedere con gradualità la cittadinanza ai lavoratori stranieri".
Terza bugia: deficitari sono i controlli a Prato.

Non si può parlare di schiavitù. Con ordine: i cinesi di Prato rimangono per pochi anni. Il viaggio di andata verso la Toscana viene pagato (di norma) metà prima della partenza e metà con il lavoro in Italia. Nessuno di questi lavoratori ha intenzione di rimanere in Italia per tutta la vita, il loro soggiorno spesso dura pochi anni. Tutti sognano di diventare (e molti ci riescono) imprenditori nel prossimo futuro. La loro ultima intenzione è quella di elevarsi socialmente ed economicamente all'interno della comunità cinese.
Nessuno esige dalla città: i cinesi, infatti, non usufruiscono dei servizi e non hanno intenzione di farlo, non partecipano alla vita cittadina, non partecipano alle ricorrenze locali.
Sono perfettamente coscienti di quello che fanno...e lo vogliono fare. Non hanno nessuna esigenza (né volontà) di integrarsi. Non perché sono cattivi o diversi ma semplicemente perché a loro non interessa. Anche se lo volessero, la distanza culturale con l'Occidente è incolmabile. La lingua è un confine invarcabile, un divisorio alto e robusto che taglia dicotomicamente le due popolazioni.
È importante mettersi in testa che i cinesi vengono solo ed esclusivamente per guadagnare (giustamente). E lo fanno, italiani compresi, pienamente coscienti di affittare (ergo lucrare) vecchi capannoni industriali per produrre quella ricchezza a basso costo "made in Italy" che entra anche nel mercato italiano. In questo modo occorre aggiungere che buona parte dei soldi che i cinesi guadagnano ricadono nel territorio (nero soprattutto), altri, invece, ritornano in patria.
I cinesi, fino ad oggi, hanno agito per non sottostare alle regole (troppo macchinose, ingombranti, pesanti) ed avere mercato con prodotti di bassa qualità, di basso costo ma competitivi.
Qualsiasi repressione o prevenzione è di difficile attuazione. I controlli non mancano. Certo, avere qualche ispettore del lavoro (la richiesta del sindaco Cenni al consiglio comunale straordinario) in più non guasterebbe ma, come scovare laboratori abusivi (come quello del rogo) con annesse cucine e dormitori se le aziende cinesi hanno una vita media di due anni? Come scovarle se non esistono per il fisco? Come scovare furbetti che costruiscono vie di fuga per scappare in caso di controlli? La possibilità di esser colti in flagranza di reato è davvero bassa. I cinesi lo sanno e preferiscono correre il rischio.
Se vogliamo ancora esser cattivi, superficiali e banali possiamo perpetuare le lamentele che denunciano le mancanze di controlli. Se vogliamo continuare ad esser buonisti ed iperautocritici (patologia compulsiva solipsistica) vivremo sempre con il senso di colpa di non esser sufficientemente accoglienti.
Semplicemente, come dice il senatore Nesi (pratese doc, scrittore premio strega), non esistono soluzioni politiche a problemi economici. Il motore di ogni questione è il danaro.
Anche la soluzione proposta da Rossi risulta ridicola: ai cinesi non importa avere diritto politici o civili, interessano i profitti. La loro mente è proiettata in Cina dove ritorneranno (discorso a volte diverso per le seconde generazioni)e (soprattutto) non pretendono la cittadinanza italiana perché non rinuncerebbero mai a quella cinese. Basta vedere i dati (Ufficio statistica di Prato) degli stranieri che richiedono di acquisire la cittadinanza italiana: tutti! Tranne i cinesi.

Conclusioni. Le vere notizie sono (secondo me):
  • La palese volontà del Console cinese di Firenze Wang Xinxia di cambiare, iniziando un nuovo corso all'interno del reticolo delle regole, necessaria ad una produzione conforme alle leggi vigenti (come segnalato da Dario Di Vico).
  • Altro segnale positivo è stata la partecipazione dei cinesi (circa 500) alla fiaccolata organizzata dai sindacati. Per la prima volta i cinesi hanno partecipato attivamente ad un'iniziativa proposta da italiani. È la prima volta.
  • Ultimo vero messaggio di un principio di cambiamento è la denuncia, effettuata sotto la tutela dell'assessore alle politiche d'integrazione Giorgio Silli, alla Procura della Repubblica per sfruttamento di un clandestino cinese nei confronti del suo sfruttatore cinese.
Anche questo è accaduto per la prima volta.
Questi sono i veri segnali...il resto sono menzognere parole.